Il racconto dell’epica vittoria di Ivanisevic sui prati di Church road.
Due ore e mezzo di volo utili a Goran Ivanisevic per riavvolgere il film di una carriera vicina al collasso e tornata in salute grazie a eventi straordinari seguiti al solstizio d’estate del 2001.
Guardato a vista per la sua imprevedibilità, sul croato insisteva da tempo il clichè del dell’adorabile pazzoide, del giocatore sanguigno, tennista di cuore prima che di braccio.
Correvano i secondi anni ’80 quando Niki Pilic ne segnalava l’esistenza a Cino Marchese, agente 007 dell’ IMG: “ Ha la stoffa giusta per tenere botta contro Agassi, Sampras e Courier”, aveva aggiunto sicuro di sé.
Il buon Pilic aveva visto lungo e nell’arco degli anni l’ex junior spaletino avrebbe vinto 22 titoli del circuito maggiore e fatto 27 finali.
Il peggio sarebbe giunto nel giugno 2001, con la debacle maturata al Queens per mano di Cristiano Caratti, italiano n.194 del ranking, tutt’altro che un fan dei fili vegetali.
A dispetto del circondario, tuttavia, due giorni prima che il sipario aprisse le ali sul più importante torneo del pianeta tennis, strane sensazioni iniziavano a rincorrersi nella testa del croato.
Sempre più sottile saliva a pelle la consapevolezza di non aver nulla da perdere e diversamente da quando era finito divorato dall’ansia, quel nuovo status andava generando insolita serenità e più solide aspirazioni.
Lentamente, anche il dolore alla spalla s’era ristretto a un sopportabile fastidio e il resto del gioco aveva preso a funzionare bene.
Sarebbe stato il campo a dire il resto.
E all’interno delle righe più blasonate al mondo, Goran Ivanisevic iniziava la più verde delle sue avventure rifilando un triplice 6/4 allo svedese Jonsson.
Un buon segno se già al secondo turno non fosse entrato in rotta di collisione con Carlos Moya, vincitore del Roland Garros e numero uno del ranking nel marzo del ’99.
Ma come sempre accade, il futuro sottrae all’occhio certezze acclarate restituendo in cambio incognite con le quali solo fattucchiere imbellettate o astrologi mattacchioni osano vantare calda familiarità.
Nel caso in questione, gli eventi sancivano il contrario e l’ex bimbo di Spalato stupiva il globo racchettaro imponendosi sullo spagnolo con quattro meravigliosi set.
Tutto liscio, dunque, se non fosse per il maledetto problema alla spalla tornato a farsi sentire.
“ Non riuscivo più a sollevarla”, racconta ancora nel suo amarcord, “tant’è che feci un patto con l’onnipotente.
Unto di forza sacrale, a testa alta era andato nei quarti incontro a Marat Safin, ventenne russo, già numero uno del mondo e considerato in modo unanime come il futuro dominatore del tennis.
Già, il servizio: Che storia!
Lancio basso e velocità esplosiva, s’erano resi complici di una fucilata ben oltre i duecento orari spedita a quegli angoli sguinci dei rettangoli che soltanto i battitori di mano manca sanno pizzicare.
Un misto di potenza e precisione che per sei anni avevano issato lo spalatino a miglior battitore del circuito.
A fine carriera tutti quei missili inviati da sopra la testa gli avrebbero fruttato più di 10.000 ace, secondi soltanto ai 13.000 abbondanti di Ivo Karlovic, connazionale di Zagabria, due metri e undici sul livello del mare, ottimo nel gioco di volo quanto a disagio in quello a rimbalzo.
Diversamente da Goran nel quale conviveva l’istinto aggressivo dell’attaccante puro e il pensiero razionale del giocatore di tenuta.
Presupposti grazie ai quali, in ottavi Goran aveva preso a sognare.
“A un certo punto”, dirà ancora nell’intervista rievocativa di qualche anno dopo , “ero convinto di poter vincere il torneo, ma se l’avessi detto, quasi certamente, mi avrebbero dato del pazzo”.
E tra un pensiero e l’altro, non lesinava occhiate falsamente distratte alla parte alta del tabellone, dove un altro fatto epocale stava cambiando la storia.
Pete Sampras, vincitore di 7 delle ultime 8 edizioni, esauriva negli ottavi il suo Wimbledon 2001, estromesso da tale Roger Federer, svizzerotto di Basilea non ancora ventenne ma già con gli attributi giusti per traghettare, nei quattro lustri successivi, il tennis verso nuovi orizzonti.
Tutto liscio, dunque, se non fosse per il maledetto problema alla spalla tornato a farsi sentire.
“ Non riuscivo più a sollevarla”, racconta ancora nel suo amarcord, “tant’è che feci un patto con l’onnipotente.
Unto di forza sacrale, a testa alta era andato nei quarti incontro a Marat Safin, ventenne russo, già numero uno del mondo e considerato in modo unanime come il futuro dominatore del tennis.
Al contrario di Goran, il giovane moscovita non amava l’erba, neppure quella tagliata a otto millimetri, in luogo dei precedenti sei, adottata per la prima volta proprio in quell’edizione del 2001 per sperimentare una maggiore possibilità di scambi e andare incontro al gradimento del grande pubblico.
Di quell’innovazione Goran ne avrebbe fatto tesoro e in un meraviglioso mercoledì quattro luglio di un esordiente millennio, compiva il rito con una prestazione assolutamente maiuscola premiata con l’entrata in semifinale a vele spiegate.
Era stato con ritrovata fiducia che venerdì 6 luglio incrociava gli occhi di Tim Henman, tennista britannico di buone maniere, alla sua terza semifinale sull’erba di Church Road.
Specialista del serve and volley, Tim aveva tutto ciò che può piacere alla grande comunità britannica: eleganza nei gesti, portamento nobiliare e quel tennis perfetto uscito da una pellicola dei telefoni bianchi.
Ma il meteo inglese si sa è bizzoso e allo scoccare della previsione anche il maltempo reclamava la sua parte di disagi spingendo Henman verso insoliti segni di nervosismo!
Sotto un cielo minaccioso il tennista di Sua Maestà perdeva il primo 7/5 e vinceva il secondo al tie break ma in sottofondo avvertiva che il match poteva sfuggirgli di mano.
Contrariamente al redivivo avversario che invece leggeva nella pioggia un segnale di sacra alleanza.
“Si può fare”, aveva pensato tra sé e sé quando il Giudice Arbitro del torneo aveva predisposto per il rinvio al giorno dopo.
Tra un’interruzione e l’altra, anche il sabato non avrebbe concesso che il tempo utile ad assegnare a un Henman ringalluzzito un secco 6/0 in 15 minuti.
Quindi di nuovo gli ombrelli e tutto rimandato al giorno dopo.
L’indomani , alla ripresa delle ostilità, il difficile equilibrio tra battuta e risposta sembrava avviato a non rompersi mai.
Poi, una volta nel tie break, Henman falliva la zampata finale lasciando che Goran carpisse il prezioso parziale.
L’inizio del quinto avrebbe trainato al seguito nuova acqua dall’alto e dopo un ennesimo tentativo tutto veniva rinviato al giorno seguente.
Per la prima volta, nella storia del prestigioso torneo, la semifinale si sarebbe giocata di domenica e la finale di lunedì.
Partendo 3/2 sopra, la domenica Ivanisevic aveva da subito fatto andatura e spinto il punteggio fin sul 7 pari.
Un break lo issava a 8/7 sopra e col servizio in canna, il game entrante dava agli inglesi il dispiacere di una sconfitta subita dal pupillo di casa all’interno delle Doherty Gates.
Fuori di sé dalla gioia, il fresco finalista volava verso la sua quarta finale di Wimbledon alla veneranda età di trenta primavere.
Una delle storie più belle del tennis e dello sport intero.
Trasfigurato dalla felicità, indicava con insistenza papà Srdan.
In quella dedica, c’era tutto l’affetto per un uomo che un giorno non lontano, aveva venduto le mura di casa per consentire al figlio di studiare da grande campione.
Un uomo che in quella domenica di luglio 2001 aveva disatteso il parere dei medici che lo volevano lontano dalle forti emozioni.
Troppo poco per non essere presente a quel match fantastico appena andato in onda.
Sempre accanto al figlio, fin dagli esordi, papà Srdan era stato sicuramente la persona più importante nella sua carriera.
Il piccolo Goran poteva avere una manciata d’anni, o poco più, quando un sabato primaverile dei secondi anni ‘80 , l’affabile genitore, l’aveva lasciato scorrazzare per il ridente Tenis Klub Split, cinque campi in terra battuta piazzati sul lungomare della capitale, appena rasenti la Baia di Firule.
Quando l’indomani il comandante del Falcon aveva dato l’ok all’apertura del portellone anteriore, un Goran appagato prendeva a farsi gentilmente largo tra due ali di fedelissimi con i quali aveva tradotto il sogno in realtà.
Quando la sagoma metteva un primo piede sulla scaletta di sbarco il vocio iniziale saliva di colpo a boato e mani al cielo l’eroe di casa alzava l’agognato trofeo in segno di trionfo.
Come sempre accade in questi casi, ai piedi del velivolo una sfilza di dignitari impettiti si era schierata per omaggiare l’eroe croato che al quarto assalto aveva espugnato il torneo di Wimbledon.
Subito dopo, un Goran disincantato veniva imbarcato su di una nave destinata al porto della capitale.
Ad attenderlo, non meno di 100.000 anime festanti s’erano radunate, una accanto all’altra, per osannare il ritorno dell’eroe alle sue origini e gioire di un’impresa che premiava il vincitore e riempiva di orgoglio un intero popolo croato.
Fonte originale: tennisitaliano.it
